mercoledì 3 febbraio 2010

Casini in vista...


PIERFURBY
da Dagospia

Pierfurby nei Casini! (ogni limite ha la sua furbizia) - Dopo 'Avvenire' anche Ferrara sul 'Foglio' agita la questione cattolica contro l’Udc: come fa ad allearsi in Piemonte con Viale (e la laicissima Bresso), mentre presuntivamente, molto presuntivamente, combatte la Bonino a Roma? - Altro che politica dei due forni, è la politica del doppio ascaro, una disponibilità a portare acqua al governo degli altri con qualche contro-partita di serie B…

Giuliano Ferrara per "Il Foglio" del lunedì.

Pier Ferdinando Casini è un ragazzo fortunato, un giovin signore, e 'married up' (come dicono gli americani di chi sposa in alto loco o partner affluenti), bambini a cascata, un divorzio e-che-sarà-mai, una vita varia tra le Repubbliche, cariche importanti, in apparenza poca fatica di vivere, e anche poco dolore politico;casini
Casini possiede un talentaccio democristiano per la navigazione a vista, per la sopravvivenza, né la vita pubblica lo ha messo in condizioni di dover far troppo soffrire gli altri, la sua lealtà non è mai stata veramente messa alla prova (ci si limita a presumerla inesistente), i voti glieli hanno sempre portati gli altri e il granaio era nella Sicilia di Cuffaro, gli si legge in viso una certa soddisfazione di sé che deve dar molto fastidio agli invidiosi e ai frustrati, ed è invece un fattore di buonumore per tutti gli altri.

Quando Berlusconi lo scaricò in un batter d'occhio, perché nella sua ingenuità maliziosa il giovane ex presidente della Camera gli aveva fatto capire alla vigilia delle elezioni politiche che tutto sommato era venuto il momento di cedere a lui stesso il timone, suggerimento parecchio intempestivo a dimostrare che ogni limite ha la sua furbizia (come direbbe Totò), Pierferdi non si mosse di pezza, restò dov'era con la protezione di Camillo Ruini, sfruttò tutti i larghi spazi di potere televisivo e di stampa concessi a un broker di potere che un giorno forse verrà utile avere per amico, e si tenne stretta la sua rendita di posizione, divenendo irrilevante nello scacchiere parlamentare, ma restando vivo.

Ora sta sbagliando, credo, con questa improvvisazione della politica dei due forni, I giornali sono pigri, gli accreditano il calco della gloriosa predisposizione della vecchia Dc a fornirsi di voti e sostegni per i suoi governi in diverse direzioni, dai centristi alle destre quando era il caso, dai socialisti ai comunisti quando il caso faceva girare la ruota. Ma per i suoi governi , questo è il punto.

La politica democristiana dei due forni aveva una sua grandezza perché inchiodava l'Italia alla perpetuazione di un potere, quello della Dc, che l'aveva trasformata e la reggeva dentro i confini di un regime morbido ma di stoffa immarcescibile.
La politica dei due forni era la richiesta ambigua e a mani libere di appoggi per governare, quella odierna di Casini sembra invece una politica del doppio ascaro, una disponibilità a portare acqua al governo degli altri con qualche contro-partita di serie B, Pierferdi, forse anche per gusto o inclinazione personale, per una impronta laica chissà dove e come coltivata, ha cinicamente scelto di non partecipare in alcun modo alla discussione sul cristianesimo come elemento dello spazio pubblico plurale nell'Italia e nell'Europa contemporanee.

Non che sia un mistico, uno spiritualista, è un credente sodo, di quelli che come diceva Montanelli parlano col prete più spesso che con Dio, ma nel suo cinismo penso ritenga perdente, dunque assurdo, ogni capriccio etico, ogni torsione non utilitaristica del discorso della Montagna.
E va bene. Ma che la politica del doppio ascaro lo abbia condotto ad allearsi in Piemonte con Silvio Viale, mentre presuntivamente combatte la Bonino a Roma, molto presuntivamente, è un gesto di molle subalternità che non finisce di stupirmi.

lunedì 18 gennaio 2010

Problemi di spazio.. e di numeri..

BOSSI: PER L'UDC NON C'E' SPAZIO SOPRA IL PO'

da Corriere.it

Il Senatùr: "centristi chiacchierano molto ma fanno pochi numeri. Noi forza padana contro la mafia".

"Se Casini vuole fare accordi con la Lega al di sopra del Po, deve sapere che non c'è spazio". Umberto Bossi chiude la porta all'Udc per un accordo al nord in vista delle prossime elezioni regionali. Il leader leghista ha parlato a margine dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'università di Pavia. «Vada da solo, visto che si ritiene così forte», ha aggiunto il senatùr. «Vedremo quanti voti piglia. Casini è uno che fa molte chiacchiere e pochi fatti, ma soprattutto fa pochi numeri». Bossi ha poi parlato del presunto asse tra il leader dell'Udc e il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «Che siano amici mi sembra vero. Ma alla fine contano i voti, uno può anche sognare ma contano solo i voti. Noi abbiamo detto a Fini che, poiché Casini ha detto di no al federalismo fiscale e agli aiuti per gli allevatori, con noi non sarebbe venuto. Come fa la Lega a governare con chi tutti i giorni la pensa in maniera diversa?».

CASINI: «LEGA ARROGANTE» - Non si è fatta attendere la replica di Casini, che accusa la Lega di essere «arrogante» e di voler «dettare alleanze anche al sud». «Credo che gli italiani abbiano capito chiaramente che il problema non sia tra noi e il centrodestra, ma siano Bossi e la Lega», ha risposto Pier Fedinando Casini a margine della presentazione di un volume della Cei alla Camera. «Pretendono di dettare le alleanze non solo al nord, dove noi non siamo disponibili a intese con loro e loro con noi, ma anche al sud. È un problema che riguarda la Lega e il Pdl. Nessuno può pretendere che noi tradiamo i nostri elettori facendo un'alleanza nazionale con il centrodestra. Il nostro elettorato ci ha mandato in Parlamento all'opposizione, se facessimo una cosa diversa saremmo dei traditori delle banderuole».

«SIAMO FORZA PADANA» - «Per adesso siamo una forza padana», ha aggiunto Bossi rispondendo a chi chiedeva di una futura espansione del partito al sud. «La nostra natura padana è sicura, anche se siamo una forza politica che tutti vogliono. Infatti ci chiamano in tutte le regioni perché sanno che la Lega non fa accordi con la mafia. Siamo una forza politica popolare. Abbiamo argomenti forti perché li peschiamo direttamente dalla gente».

CON BERLUSCONI ACCORDO DI FERRO - Il ministro per le Riforme ha poi ribadito che quello con Berlusconi è un accordo «di ferro» e anche un eventuale sorpasso in Veneto della Lega sul Pdl non avrebbe ripercussioni sull’alleanza. «Non cambierebbe niente. Tutti sanno che al di sopra del Po la Lega è molto forte e con Berlusconi c’è un accordo di ferro».

martedì 12 gennaio 2010

L'affondo di Bossi

da Corriere.it

Il commento di Umberto Bossi sulla nota ufficiale dell'Egitto. «Noi razzisti? Guardate come trattano i cristiani».

A proposito di Sud...

Non c'è sviluppo senza responsabilità

Dal Centro Studi Tocqueville-Acton

Negli ultimi anni il Mezzogiorno è stato escluso da qualsiasi lungimirante politica di sviluppo capace di completare la transizione verso un’autentica economia di mercato. Per questo, l’auspicio è che nel 2010 si torni a parlare concretamente di sviluppo per il Mezzogiorno. Il che, tuttavia, richiederebbe l’investimento di molto denaro pubblico, un cambiamento culturale capace di far emergere una forte capacità progettuale e una “buona” finanza.

La ridefinizione degli equilibri economici che la crisi porta con sé permette di guardare l’impegno per il Sud non più in termini assistenzialistici, ma come un’opportunità nell’ottica dello sviluppo di un’area ad altissimo potenziale economico com’è quella mediterranea. In particolare, è bene ripensare il tema dello sviluppo di quest’area alla luce dell’esperienza della finanza “cattiva” e del richiamo allo “sviluppo come vocazione” proposto da Benedetto XVI.
L’impegno del Governo ed in particolare dei ministri Tremonti e Sacconi a favore della creazione della Banca del Mezzogiorno potrebbe rappresentare un segnale interessante che, se adeguatamente sostenuto, crediamo possa essere in grado di dare frutti significativi. Ciò, specie se sarà in grado di stimolare e rendere più dinamico il mercato del credito nel mezzogiorno e la gestione dei fondi agevolati per il Sud. Si tratterà di una banca privata, di un’istituzione finanziaria di secondo livello. Una rete di istituti di credito, di imprenditori, di associazioni di imprenditori e di soggetti finanziari, all’interno della quale il ruolo dello Stato dovrebbe essere esclusivamente di tipo “sussidiario”, di fluidificante e collettore dell’iniziativa privata. Significativo in questo senso è sia il ruolo centrale che in essa svolgerà il sistema delle Banche di Credito Cooperativo, sia le modalità di autofinanziamento mediante l’emissione di titoli di risparmio per l’economia meridionale.

Occorre essere ben consapevoli però - per non incorrere negli errori del passato - che nessuno sviluppo integrale è possibile prescindendo dal principio di responsabilità: politica ed istituzioni possono fare molto, ma non possono e non devono fare tutto. Come ci ricorda Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, lo sviluppo “è una vocazione, un appello rivolto da uomini liberi a uomini liberi per una comune assunzione di responsabilità”. Si tratta di un’importante precisazione, dal momento che lo sviluppo del Sud, prima ancora che da efficaci politiche per il mezzogiorno, dipende da un progetto che vede al centro il coinvolgimento della stessa società civile che vi opera. Capitale e lavoro, in senso meramente tangibile, non sono sufficienti a rendere ragione della genesi del valore economico. Come sostenuto da tempo da una folta schiera di economisti, la prima ragione della ricchezza è il capitale umano che consente la formazione del capitale sociale. Tra gli altri, è stato Carlo Cattaneo a scrivere che la creazione della ricchezza richiede in primo luogo l’opera intelligente dell’uomo, in quanto, “chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze”, ed ancora: “non v’è lavoro, non c’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza”.

È questo il pre-requisito per lo sviluppo, senza il quale qualsiasi politica per il Mezzogiorno non avrà futuro. L’opera dinamica ed intelligente deve però certamente essere accompagnata e sostenuta da istituzioni capaci di garantire la legalità, in grado di consentire il corretto funzionamento del libero mercato e disponibili ad investire nella formazione del capitale umano. Lo sviluppo di un territorio – e, in tal senso, la creazione della Banca del Mezzogiorno potrebbe rappresentare un utile strumento – necessita anche di una buona finanza, capace di porre al centro il bene delle persone e di operare al servizio del tessuto economico-produttivo, contribuendo in tal modo a generare quella fiducia che è ingrediente essenziale per il funzionamento del mercato.

Il rischio che la Banca del Mezzogiorno si trasformi in un nuovo carrozzone politicizzato o, peggio, strumento di malaffare o in una nuova bolla finanziaria è sicuramente alto (si ricordino le “tre male bestie denunciate da Sturzo: “statalismo, partitocrazia, abuso del denaro pubblico”), ma non è un esito necessario. Per scongiurare una tale deriva, la Banca del Mezzogiorno, in sintonia con la prospettiva teorica di Luigi Sturzo e di Wilhelm Röpke, in conformità al principio di concorrenza che è alla base di quel liberalismo delle regole che orienta l’economia sociale di mercato, dovrà occuparsi del sostegno delle iniziative imprenditoriali capaci di generare ricchezza e occupazione sul mercato (e non fuori o contro il mercato) e consentire alle imprese che vivono sul mercato di consolidarsi e di svilupparsi.
Affinché sia motore di sviluppo del Sud essa dovrà mostrarsi conforme alla logica del mercato, promuovere il protagonismo degli operatori, essere capace di innescare i processi economici dal basso – con metodo “sussidiario” – ed in ultimo essere una banca di relazione, capace quindi di far emergere il capitale umano e trasformarlo in capitale sociale, condizione essenziale perché un’idea innovativa meriti il nome di intrapresa economica.

Fabio G. Angelini - Direttore Centro Studi Tocqueville-Acton

Flavio Felice - Presidente Centro Studi Tocqueville-Acton

lunedì 11 gennaio 2010

Ora capisco...

Se costui è il principale denigratore di Bush si spiegano tante cose...

Oliver Stone: «Hitler? Fu un capro espiatorio»

da Corriere.it

Il regista di Platoon e World Trade Center: è stato un fenomeno della storia. E su Stalin: «Fu quasi un eroe»

MILANO - Adolf Hitler è stato solo «un facile capro espiatorio». A dirlo è Oliver Stone, il regista di Platoon e World Trade Center, che per la tv via cavo statunitense Showtime sta preparando un corso di storia di dieci ore. Stone, che nel corso della sua carriera ha affrontato tanti argomenti difficili, passando per essere un autore di sinistra se non addirittura comunista - tra i suoi lavori ci sono anche due documentari agiografici su Fidel Castro e film denuncia considerati anti-Usa come «Salvador» o «Nato il 4 luglio» -, ha rilasciato dichiarazioni che alla stampa internazionale sono apparse molto inusuali.

«STALIN? QUASI EROE» - In quello che di fatto è apparso come un tentativo di sminuire il ruolo di Hitler, Stone non ha fatto riferimento ai sei milioni di ebrei uccisi e alle altre decine di milioni di cui ha causato la morte avendo dato il via alla II Guerra Mondiale con l'invasione della Polonia nel 1939. Allo stesso tempo il collega di dittatura, il sovietico Josip Stalin, per il regista è «quasi un eroe» perchè «ha combattuto la macchina da guerra tedesca più di ogni altra persona». Anche in questo caso da parte di Stone nessun riferimento al patto Molotov-Ribbentrop, con cui Stalin inizialmente si alleò a Hitler, e alle purghe comuniste. Dichiarazioni, quelle di Stone, che per il Guardian sono state fatte apposta per stupire e irritare.

STORIA «SEGRETA» - Il regista, dal canto suo, ha deciso di realizzare il nuovo progetto spiegando di voler porre rimedio ad una serie di «inesattezze» che a suo parere vengono attualmente insegnate agli studenti e che sono abitualmente sostenute dai media. In «Oliver Stone's Secret History of America» (La storia segreta d'America di Oliver Stone) punterà dunque a riscrivere la storia o, almeno, alcuni degli episodi e delle vicende sui personaggi più controversi. La pagina dedicata a Hitler si annuncia comunque la più incandescente. Il Fhurer, secondo Stone, che a Pasadena è stato ospite della Television Critics Association, l'organizzazione che raggruppa i critici televisivi, «è il prodotto di una serie di azioni. E causa ed effetto. La gente in America non sa delle relazioni tra la prima e la seconda guerra mondiale». Il regista si dice ben lungi dal trasformare Hitler in un eroe, «tuttavia ci prepariamo a raccontarlo come un fenomeno della storia». Stesso discorso per Stalin: «Sono riuscito a mettermi nei panni di entrambi - ha detto ai critici americani -. Non puoi capire le persone se non entri in empatia con loro, anche con quelle che potenzialmente dovresti odiare».

La fine dell'egemonia?

L'amministratore del declino americano

da Il Foglio.it

New York. Il saggio più interessante sulla politica estera di Barack Obama è stato appena pubblicato dalla nuova e bella rivista bipartisan World Affairs. Lo ha scritto Robert Kagan, storico e intellettuale neoconservatore di seconda generazione, già consigliere di John McCain alle scorse elezioni, ma soprattutto autore di uno dei libri più dibattuti dell’era post 11 settembre. Nel 2002 Kagan ha scritto “Paradiso e Potere”, pubblicato in anteprima europea su queste colonne, il saggio sui rapporti transatlantici che ha diviso le cancellerie europee e segnato le differenze tra l’America e il tradizionale asse franco-tedesco. Il nuovo scritto di Kagan è un’analisi negativa, ma seria, originale e ben argomentata dell’ideologia alla base della politica estera della Casa Bianca. Il 20 gennaio la presidenza Obama compie il primo anno di vita. I giornali e le televisioni hanno già analizzato il suo approccio alla politica internazionale, segnalando le similitudini e le differenze rispetto al suo predecessore George W. Bush. Il fallito attentato di Natale organizzato sul volo Amsterdam-Detroit ha mostrato la vulnerabilità fisiologica del sistema di difesa nazionale americano, ma nonostante le critiche dell’ex presidente Dick Cheney ha anche confermato la solidità di Obama nell’affrontare e voler vincere la guerra contro il terrorismo islamico.

Il ragionamento di Kagan va oltre questo dibattito politico e giornalistico. L’analista della Carnegie Endowment for International Peace riconosce che la presidenza Obama sarà valutata bene o male dall’esito della sua strategia sull’Afghanistan e sull’Iran, ma invita a riflettere su un altro punto: con Obama è in atto un più ampio cambiamento della politica estera americana che potrebbe avere un impatto ancora più duraturo delle crisi mediorientali: “La presidenza Obama potrebbe passare alla storia come il momento in cui gli Stati Uniti hanno abbandonato la grande strategia adottata dopo la Seconda guerra mondiale e assunto una relazione diversa con il resto del mondo”.
La tesi di Robert Kagan è questa: Obama è convinto che sia finita l’Era americana e assieme ai suoi uomini ha assunto il ruolo di amministratore del declino, di architetto del nuovo ordine post americano. E’ la fine della Grande strategia elaborata dopo la Seconda guerra mondiale e continuata anche nell’epoca postsovietica con i due Bush e Bill Clinton. Secondo Kagan, si basava su tre pilastri: una supremazia militare ed economica; una rete globale di alleanze formali politiche e militari, in particolare con i regimi democratici; un sistema di libero commercio e di mercato aperto. L’idea, scrive Kagan, era di creare “un bilanciamento del potere fortemente a favore dei paesi liberi”. Le nazioni non libere erano da tenere sotto controllo e da trasformare col tempo. Non era una posizione di destra o di sinistra, né materia di disputa tra falchi e colombe. Era la posizione americana, elaborata nel famoso “Long Telegram” di George Kennan del 1946 e confermata nel documento strategico NSC-68 scritto da Paul Nitze quattro anni dopo.
L’obiettivo, sintetizzava il presidente democratico Harry Truman, era innanzitutto rafforzare “le nazioni che amano la libertà” e poi “creare le condizioni per portare finalmente libertà personale e felicità a tutta l’umanità”. Secondo Kagan, Obama e il suo team hanno divelto due dei tre pilastri della strategia degli ultimi sessant’anni. Invece che provare a perpetuare la supremazia americana, cercano di amministrare quello che considerano un inevitabile declino rispetto alla crescita delle nuovi grandi potenze. Sulla Cina, la Casa Bianca pensa di non avere speranze, non si impegna per scongiurare il sorpasso, ma prova a riadattare la politica americana: “La nuova strategia – scrive Kagan – richiede di essere accomodanti con le potenze nascenti del mondo, piuttosto che provare a contenere le loro ambizioni. Essere accomodanti consiste nel riconoscere a Cina e Russia quello che le potenze nascenti hanno sempre voluto: maggiore rispetto per i loro sistemi politici in patria e maggiore egemonia all’interno delle rispettive aree regionali”.Obama sta ridiscutendo anche la rete di alleanze internazionali, nonostante il gran parlare di multilateralismo: aumentare la cooperazione con Russia e Cina, secondo Kagan, risulta incompatibile con le vecchie alleanze. La Nato e gli accordi bilaterali asiatici sono stati siglati proprio per contenere Russia e Cina. L’Amministrazione considera quei trattati come reperti della Guerra fredda e punta a una nuova architettura internazionale, fondata su un nuovo consorzio di poteri: “Il mondo del G20”. Sbaglia, sostiene Kagan, chi definisce realista questo approccio di Obama. C’è anche un aspetto idealista e ingenuo nella sua strategia.
Obama crede che tutte le grandi potenze abbiano gli stessi interessi e che l’America debba mostrare al mondo buone intenzioni e presentarsi come un disinteressato promotore del bene comune, senza prendere posizione. Secondo Kagan, Obama vuole usare il potere americano per essere amico di tutti. Il rischio è la neutralità e, in fondo, il declino dell’America.
Christian Rocca

sabato 9 gennaio 2010

Realtà e psicosi...

«In preparazione attentato su un volo tra l'Uganda e il sud del Sudan»

Arrestati a Londra tre passeggeri di un volo Emirates per falso allarme bomba.

da corriere.it

Allarme lanciato dall'ambasciata Usa a Khartoum: «Estremisti pronti a colpire su un aereo Air Uganda»

L'ambasciata degli Stati Uniti in Sudan ha ricevuto informazioni secondo cui un gruppo «estremista» ha intenzione di effettuare un attentato a bordo di un volo tra l'Uganda e il Sud-Sudan. Lo si legge sul sito Internet della stessa ambasciata.

LA MINACCIA - «L'Ambasciata degli Stati Uniti ha ricevuto informazioni secondo cui estremisti della regione intenderebbero compiere un attentato a bordo di un volo Air Uganda» su una tratta tra Kampala, in Uganda, e Juba, la capitale del Sud-Sudan semi autonomo, si legge nel messaggio dell'ambasciata. «La minaccia è sufficientemente seria per mettere in guardia tutti i passeggeri americani», prosegue la nota sul sito, che esorta i passeggeri ad essere «vigili».

HEATROW - Ma la paura per gli attentati terroristici fa segnare continuamente allarmi in diversi aeroporti del mondo. Paura soprattutto su un volo della Emirates Airlines in partenza dall'aeroporto londinese di Heathrow. Agenti dell'antiterrorismo sono saliti a bordo e hanno arrestato tre uomini inglesi, risultati essere solo ubriachi, che avevano minacciato di avere una bomba a bordo. I tre, di 58, 48 e 36 anni, avevano dato in escandescenze poco prima del decollo costringendo il pilota a rientrare all'area di parcheggio e ad avvertire la polizia. Gli agenti armati hanno ispezionato l'aereo con i cani anti-esplosivo senza trovare nulla di sospetto. Nonostante l'incidente sull'aereo che era in partenza per Dubai, lo scalo non è stato chiuso. Gli altri 328 passeggeri a bordo sono stati trasferiti in un albergo e sono potuti ripartire al mattino per gli Emirati arabi.